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Scuola superiore unica: la “provocazione” (o profezia?) del prof. Cottarelli

Il versatile professor Cottarelli, deposte le vesti di economista e indossate quelle di pedagogista, in un articolo sull’«Espresso» ha – come va di moda dire oggi – “lanciato una provocazione” (https://lespresso.it/c/opinioni/2023/11/27/lancio-una-provocazione-creiamo-una-scuolasuperiore-unica/46604), che OrizzonteScuola, già sensibilizzata agli abbagli più ingenui (https://twitter.com/orizzontescuola/status/1731720023540891737), ha subito rilanciato.

Insieme a una quarantina di personalità eminenti nel campo dell’economia, del diritto e della comunicazione, il professore visita le scuole per dialogare con gli studenti. Così, non è sfuggito alla sua vigile attenzione che gli istituti professionali soffrono una crisi di iscrizioni. Il professore depreca questo dato, in parte per una preoccupazione economica – verrebbero a mancare conoscenze di cui le imprese e la società hanno bisogno – in parte per la preoccupazione ugualitaria, cara alla sinistra, che si crei «una percezione di differenze qualitative tra scuole di serie A e di B». Sembra, al professore, che gli istituti professionali siano il solido fondamento dello sviluppo economico italiano, ma che un pregiudizio classista, lo sciocco desiderio di darsi l’aria da liceali, ne tenga lontani gli studenti e soffochi così l’offerta di lavoro all’industria e l’industria stessa. Il professore, che da economista della troika già punì le gozzoviglie greche alle spalle dei fratelli europei, ora da pedagogista vuole punire la vanità dei liceali italiani con una proposta audace: «un’unica scuola superiore», con materie comuni ma indirizzi distinti che consentano l’inserimento di materie facoltative.

Nell’osservare e provocare del professore a noi sembra di scorgere molta, troppa improvvisazione. Per un verso, la sua provocazione darebbe compimento allo sforzo insensato di assimilare la scuola italiana a una scuola, come quella statunitense, che, per essere eufemistici, non brilla né per efficacia né per equità né per cultura, tanto che gli stessi statunitensi ne sono profondamente scontenti. Per altro verso, l’idea delle materie facoltative porta con sé la conseguenza di una precoce specializzazione, che non aiuta né l’apertura degli individui alla varietà del reale né la loro capacità di comunicazione reciproca. Infine, la differenza di qualità tra licei e istituti professionali è certamente una percezione (nihil est in intellectu quod non sit prius in sensu), ma non gratuita come crede il professore, bensì confermata oltre ogni dubbio dai Rapporti INVALSI. In quello del 2023 (https://invalsi-areaprove.cineca.it/docs/2023/Rilevazioni_Nazionali/Rapporto/Rapporto%20Prove%20INVALSI%202023.pdf), a p. 56, si legge che nei licei classici, scientifici e linguistici «si osservano [...] i risultati più solidi: l’esito medio nazionale è nettamente superiore rispetto al dato complessivo [...]» e che «com’è noto [ma non al prof. Cottarelli] e come avviene in tutti i Paesi, nelle prove standardizzate volte alla misurazione degli apprendimenti, gli studenti in istruzione liceale conseguono risultati più elevati rispetto agli indirizzi tecnici e professionali». E a p. 57 si legge: «Infine, negli istituti professionali, il quadro è ancora più preoccupante [rispetto agli istituti tecnici]: nelle situazioni migliori l’esito si attesta al livello 2 [la sufficienza è al livello 3], mentre nelle restanti regioni non supera il livello più basso, ovvero il livello 1». A p. 80 si può consultare la tabella 4.4.1.5., da cui si evince facilmente che negli istituti professionali neanche il 20% degli studenti raggiunge risultati soddisfacenti in italiano; a p. 89 si può consultare la tabella 4.5.1.5. che riporta un risultato ancora peggiore in matematica. In una parola, la situazione degli istituti professionali, con la sola eccezione della provincia di Bolzano, è catastrofica. Che calino le loro iscrizioni non è dunque una cattiva notizia; testimonia anzi che, per una volta, la gente è più informata dell’esperto e fa scelte razionali. La provocazione del prof. Cottarelli nasce invece dall’ignorare sia la rovina dell’istruzione in Occidente sia la situazione disperata degli istituti professionali, ed equivale a smantellare in un accesso di masochismo le scuole che meglio funzionano – a gettare il bambino nell’acqua sporca dell’unica scuola media superiore. Resta da spiegare come una proposta assurda e autolesionista fino al suicidio possa trovare accesso nell’«Espresso», essere rilanciata da «OrizzonteScuola» e, temiamo, persino godere segrete simpatie nelle stanze del MIM.

ContiamoCi! se lo spiega con la secolare degenerazione attivistica di una pedagogia capace di ispirare ai decisori politici soltanto iniziative insensate o dannose. A partire da Locke e ancor più con Rousseau, essa proclama che la teoria è un flatus vocis di ostacolo alla pratica utile, le conoscenze una greve zavorra, la scrittura un residuo ancestrale, il banco di scuola uno strumento di tortura, che le superiori abilità intellettuali si acquisiscono con la manipolazione spontanea delle cose, che gli alunni sanno dirigere da sé la loro crescita, che gli insegnanti possono rinunciare a trasmettere cultura e lasciare libero corso al dilettantismo. Sono questi proclami, in cui è dissolta l’idea stessa di scuola, a sollecitare la resa incondizionata davanti a ogni piano scolastico germogliato dall’ignoranza e segnato dai crismi del pregiudizio e dell’assurdo.


Associazione ContiamoCi!


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