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Note critiche sulla proposta di revisione del codice deontologico approvata dal Consiglio Nazionale



Gli psicologi di ContiamoCi! giudicano la revisione del codice deontologico approvata dal Consiglio Nazionale dell’Ordine il 28 aprile 2023 con delibera n. 14 deludente e ideologica, a cominciare dall’ossessiva ripetizione della formula politicamente corretta “psicologhe e psicologi”, laddove la lingua italiana, più convenientemente, prescrive il plurale maschile.

La premessa “etica” risulta da subito auto-contraddittoria, tanto nei principi in cui si articola, quanto nella sua pretesa indiscutibilità. Come mai, infatti, in una società in cui si è elevato il relativismo a valore etico assoluto, un'associazione di professionisti, pur prevista dalla legge, si erge ad auctoritas morale e si cimenta nella prescrizione di principi etici “fondamentali e imprescindibili” ai suoi iscritti? E da quali partecipati confronti sarebbero emersi tali principi? Da quale ampia e viva discussione? Da quale ricerca di compromesso tra le diverse visioni etico-morali che animano la nostra società, anche al di là della comunità degli psicologi?

A noi questi principi appaiono calati dall’alto e dal di fuori della comunità psicologica per scopi di omologazione ideologica. Con l’aggravante che dei professionisti della psiche umana, il più soggettivo e insondabile dei fenomeni, dovrebbero valorizzare la varietà dei significati personali come ricchezza, non come materiale da rendere omogeneo a forza.


Ma procediamo con ordine.


Deontologia a responsabilità illimitata?


Per prima cosa, quali sono le implicazioni pratiche dell’affermazione per cui gli psicologi hanno “responsabilità professionale e scientifica [...] verso la comunità e verso la società in cui lavorano e vivono, e verso l’ambiente che li circonda.” Sorvoliamo, per ora, sul concetto di responsabilità scientifica, che affronteremo più avanti, ma che dire della responsabilità professionale verso la triade “comunità, società, ambiente”?

É alquanto ovvio che anche gli psicologi, in quanto cittadini come gli altri, hanno una generica responsabilità etico-morale verso la propria comunità e, più in generale, verso la società. Ma la responsabilità professionale è ben altra cosa; si tratta di un concetto giuridico gravido di conseguenze pratiche e legali. Attraverso quali specifiche condotte, ad esempio, lo psicologo si conformerebbe (o verrebbe meno) alla propria responsabilità professionale verso la comunità, la società e, addirittura, l’ambiente? Da tale revisione non risultano.

A nostro avviso, gli psicologi possono, e devono, assumere responsabilità professionale esclusivamente nei confronti di persone, siano esse singoli, coppie o gruppi, che ne hanno richiesto l’intervento, esprimendo, ciascuna singolarmente, un valido consenso informato.

Non è chiaro cosa c’entri l’ambiente fisico nel contesto della deontologia psicologica. La genericità di questa affermazione la rende puerile e foriera di pericolose interpretazioni. In particolare, essa potrebbe essere usata per aprire un varco nel setting psicologico all’ideologia ecologista, oggi assurta a strumento di dominazione politica insieme a quella sanitaria.

Mentre apprezziamo il “rispetto della soggettività”, non ci è chiaro cosa si intenda per “soggettività di gruppo o di comunità”. Gruppi e comunità sono insiemi di persone prive di una soggettività propria e indipendente da quella dei loro membri. Anche in questo caso si paventa il rischio che si sfrutti questa espressione per introdurre l’obbligo deontologico di propalare una visione collettivistica e politicamente corretta della società e che si voglia imbrigliare lo psicologo, da quello scolastico allo psicoterapeuta, nel ruolo di “persuasore e controllore” dell’adeguatezza della prosocialità dei suoi pazienti-clienti. La scomparsa dal testo di ogni esplicito riferimento al diritto all’autodeterminazione in generale, sullo sfondo del recente tentativo di psichiatrizzare il diritto di autodeterminazione alle cure e all’habeas corpus perpetrato durante la pandemia, non lasciano affatto ben sperare.


Una psicologia senza chiare basi epistemologiche?


Esaminiamo ora la frase per cui “Le psicologhe e gli psicologi fondano [...] la loro pratica professionale su conoscenze scientifiche specifiche, discusse e condivise dalla comunità scientifica internazionale e nazionale[...]”. Quali sarebbero esattamente le conoscenze scientifiche specifiche a cui ci si riferisce? Com’è definita la comunità scientifica cui si allude? Quali figure professionali vi appartengono e quali no? Quali procedure permettono di stabilire quali conoscenze siano da approvare e quali no? Il supporto empirico e il consenso alle teorie psicologiche non è mai un “tutto o nulla”: dove si colloca, dunque, la “soglia critica” del consenso che consenta di approvare una teoria psicologica e le sue applicazioni?

La validità scientifica di una teoria non è correlata al consenso che suscita, ma al suo reale potere esplicativo e predittivo e il potere esplicativo di una teoria scientifica progredisce per falsificazione sperimentale di ipotesi, non per acclamazione consensuale. Tuttavia, l’uso del metodo sperimentale in psicologia è limitato per ben noti motivi epistemologici; ad esempio, perché le teorie psicologiche non sono quasi mai espresse in termini formali e quantitativi ma solo “metaforici” e i loro “dati” empirici hanno mera natura statistica. Ciò determina l’impossibilità di derivare implicazioni, sperimentalmente testabili, la cui disconferma falsifichi la teoria stessa per via assiomatico-deduttiva, come avviene, ad esempio, in fisica.

In altre parole, la psicologia non può mai “sfoltire” davvero le teorie concorrenti in modo dirimente e definitivo. Attenzione, dunque, a enfatizzare il requisito di scientificità in senso stretto (es. popperiano), perché si rischia di dover ammettere che la psicologia non è una scienza, o, quanto meno, lo è in misura insufficiente a fondare applicazioni indiscutibilmente migliori di altre. Non a caso, infatti, la letteratura internazionale definisce la psicologia come una “soft science”, suggerendo anche che l’approccio metodologico oggi prevalente, quello di tipo Galtoniano-nomotetico, abbia reso questa disciplina più una “scienza di popolazioni” che di “individui” e che la cieca adesione al modello delle scienze naturali, non solo non abbia avanzato, ma potrebbe averne addirittura limitato lo sviluppo come scienza.

Senza considerare che tutte le scienze empiriche e, a maggior ragione, quelle applicate, non producono mai “verità” assolute, ma solo modelli parziali, sempre provvisori e perfettibili dei fenomeni. La visione della scienza come di un corpus di conoscenze progressivamente accumulate che mantiene nel tempo e nello spazio la sua validità è una visione ottocentesca ormai superata; riproporla oggi, significa ignorare gli sviluppi più avanzati della filosofia della scienza. Ad esempio, è come se Thomas Kuhn non ci avesse mai insegnato che sono proprio quelle “anomalie” empiriche che la scienza “normale” non riesce a spiegare (N.d.A., o non vuole farlo, se risponde a interessi extra-scientifici) il motore del progresso scientifico.

Ne consegue, che il presunto dovere etico di operare nell’ambito ristretto di un corpus “blindato” di conoscenze scientifiche approvate, magari seguendo in modo quasi algoritmico protocolli “empiricamente supportati” impedisce di fatto il progresso del sapere psicologico. Infatti, come ogni psicologo sa, il suo saper fare è anche un'arte che si affina proprio laddove i protocolli non funzionano o non esistono, richiedendo al professionista di elaborare, ogni volta ex novo, un intervento basato su una sintesi originale del suo bagaglio di conoscenze.


I "fattori comuni" della psicoterapia non sono più comuni?


Degno corollario dell’affermazione precedente è la seguente, in base alla quale la “buona pratica” fondata sulle suddette “conoscenze scientifiche specifiche [...] condivise dalla comunità scientifica internazionale [...]”: “[...] esclude ogni intervento, orientamento teorico, metodo o tecnica psicologica che possa confliggere con tali principi.”. In base a questa affermazione, considerando che pretende di essere una prescrizione e non una generica raccomandazione, alcuni orientamenti teorico-applicativi risulterebbero non deontologici.

Alcuni approcci psicoterapici, ad esempio, non sono del tutto idonei, o non lo sono affatto, alle cosiddette valutazioni di efficacia mediante trial clinici randomizzati, o le loro comunità di riferimento non ne condividono ab initio i criteri e le modalità, così come non condividono le categorie nosografiche degli attuali sistemi diagnostici. Ciò nonostante, solo per fare degli esempi e senza pretendere di essere esaustivi, approcci come la psicoanalisi, la psicologia umanistica, gestaltica, esistenzialista e sistemico-relazionale, hanno alle spalle prestigiose storie disciplinari che hanno influenzato profondamente la nostra cultura e società, e pur non empiricamente supportati nel senso oggi prevalente, sono praticati da decenni e molte persone ne traggono beneficio. È tutto da buttare? I colleghi che hanno tali specializzazioni non dovrebbero più praticare il loro approccio, vanificando decenni di studi e fatica?

Eppure, diverse linee di evidenza indicano che, spesso, approcci psicoterapici molto diversi, caratterizzati da modelli teorici differenti, hanno, all’incirca, la stessa efficacia, suggerendo che, al di là del modello teorico, conti soprattutto il buon uso dei fattori comuni, o almeno non lo si può escludere per via dei limiti epistemologici della psicologia in quanto “soft science”.

In particolare, spicca come ingrediente curativo fondamentale, comune a tutti gli approcci, la relazione terapeutica e la capacità del terapeuta di gestirla adeguatamente. Si tratta allora di formare professionisti in grado di ben concettualizzare il caso e gestire adeguatamente la relazione terapeutica, anche escogitando soluzioni idiografiche, cioè ritagliate sullo specifico cliente o paziente, piuttosto che derivate pedissequamente da protocolli nomotetici; servono professionisti riflessivi, piuttosto che meri tecnici.


Anche i modelli terapeutici fondati su visioni diagnostiche fortemente operazionalizzabili e passibili di essere usati nei cosiddetti “trial clinici randomizzati” non sono immuni da critiche, non appena si dia uno sguardo sotto la superficie. Ad esempio, oltre ai limiti intrinseci dell’approccio categoriale, inadatto a cogliere le sfumature e le sottigliezze della sofferenza psico emotiva umana, è un fatto noto che il sistema diagnostico dei disturbi mentali più accreditato in psichiatria soffra di un altissimo tasso di arbitrarietà e di interferenza di soggetti con interessi economici in campo farmacologico nella definizione delle categorie diagnostiche. È storicamente provato che molte categorie diagnostiche siano state istituite sulla base della corrispondenza ad un farmaco psicoattivo il cui funzionamento biologico è studiato scarsamente o comunque, quando lo è stato, lo è stato spesso solo ex post.

La premessa etica qui in discussione, che magari nelle intenzioni vorrebbe, giustamente, raccomandare il massimo rigore scientifico agli iscritti, nell’attuale formulazione si presta ad essere strumentalizzata. Ad esempio, potrebbe rivelarsi un temibile “cavallo di troia” al fine di epurare sostanzialmente tutti gli approcci non cognitivo-comportamentali e quei pochi altri che si fregiano del “bollino di qualità” della cosiddetta evidence-based psychology, notoriamente viziata, come quella medico-farmaceutica, da forti conflitti di interesse.

Questo tema così molto importante e delicato che non può essere inserito in un codice deontologico che, qualora approvato, dovrà essere vincolante per tutti, con risvolti imprevedibili; o almeno non prima di avere svolto approfondite valutazioni dei pro e dei contro dell'opportunità di espungere dalla pratica psicologica ogni approccio che non sia evidence-based a livello accademico, professionale, culturale, e sociopolitico generale, .


Un altro delicatissimo capitolo che si profila all'orizzonte, se tale "premessa etica" dovesse consolidarsi, viene suggerito dagli eventi a cui abbiamo assistito nella recente epoca pandemica: la “scienza” indiscutibile prodotta dalle sole istituzioni “abilitate” (“comunità scientifica nazionale e internazionale”). Ignorare la problematicità di questo corpus, a ben vedere più dottrinale che scientifico, significa negare la realtà del funzionamento di queste istituzioni, le quali subiscono strutturalmente processi decisionali guidati da interessi politico-economici. La pervicace tutela di tali interessi, per esempio, ha impedito che avesse luogo un onesto dibattito scientifico tra le istituzioni di consulenza scientifica dello Stato italiano e autorevoli esponenti dell’Accademia o del mondo professionale che esprimono visioni diverse da quelle dell'establishment, e, addirittura, che venissero informati i cittadini delle possibili reazioni avverse dei vaccini covid, con grave danno per tutta la società.

L'incontestabilità della presunta "scienza", serve a schermare precise e assai opinabili scelte politiche. Si tratta di una tecnica retorica (o, come si dice correntemente, una "narrativa") mutuata dall'ambito religioso, secondo la quale alcuni concetti sono “verità” incontestabili a priori (dogmi), perché provenienti da una fonte superiore dotata di capacità conoscitive sovrumane. Far notare poi che queste “fonti superiori” (es. multinazionali) traggono immensi guadagni dal mantenere certi dogmi scientifici è derubricata a maldicenza complottista.

Legare l’etica professionale ai dogmi di questa pseudo scienza “istituzionale”, porrebbe quindi l'Ordine professionale nella posizione del mediatore tra il divino e l'umano, proprio come una Chiesa, che stabilisce la morale (nel nostro caso l'etica) al di fuori della quale i credenti non troverebbero alcuna salvezza (professionale).

La Storia si ripeterebbe, degradando chiaramente il tono da tragedia a farsa.


Formazione continua e supervisione: necessità etica o business?


Veniamo ora alla sezione sulle competenze degli psicologi. Cosa si intende esattamente per “conoscenze teoriche acquisite all’Università e attivamente integrate e aggiornate”? Cosa si intende per “pratica sottoposta al confronto tra pari”? In che tempi, in che modi, per raggiungere quali obiettivi, come misurarne il raggiungimento, da parte di chi, ed eventualmente con quali sanzioni, non è mai specificato. Cosa si intende per “supervisione di colleghe o colleghi esperti e altamente qualificati”? Chi dovrebbe misurare l’adeguata qualificazione? Un professionista della psicoterapia, magari con esperienza pluridecennale, dovrebbe essere “obbligato” alla supervisione come uno specializzando alle prime armi? Si vuole forse irreggimentare l’attività professionale in una continua corsa a ostacoli fatta di ulteriori corsi per “ECM”, convegni e supervisioni, con relativo dispendio di tempo e denaro? L’aggiornamento e la supervisione sono certamente auspicabili, ma nella massima libertà, responsabilità e autonomia decisionale del singolo psicologo, non certo sotto la “spada di Damocle” di un’etica apodittica e vaga, e perciò pericolosamente aperta a interpretazioni.


La dimensione culturale della sofferenza e del benessere psicologici


Con l’affermazione prescrittiva per cui gli psicologi “operano per la promozione della libertà, dell’autonomia e del benessere psicologico” si introduce, inoltre, una sorta di “indirizzo esterno” nella scelta degli obiettivi dell’intervento che deriva da una Weltanschauung particolare e può non risultare del tutto appropriata per diverse “soggettività”, magari, come nel contesto attuale, caratterizzate da differenti connotazioni etnico-culturali. Sembra più opportuno, invece, limitarsi agli aspetti egodistonici e lasciare che gli obiettivi emergano gradualmente e in modo negoziale durante la fase di valutazione e formazione dell’alleanza terapeutica, piuttosto che stabilire degli indirizzi generali rigidi e culturalmente-determinati.

O si vuole, forse, che lo psicologo “ammaestri” il proprio paziente o cliente a conformarsi a principi imposti da un’etica culturalmente univoca e sovraordinata che trascendono il setting psicologico? Se così fosse, si contraddirebbe direttamente il principio etico del rispetto della soggettività, libertà e autonomia dei fruitori della professionalità psicologica.


Totem e tabù: non siamo solo sanitari


Infine, siamo certi che tutti i colleghi (ma anche i cittadini) siano d’accordo nel definire sic et simpliciter tutte le tipologie di intervento psicologico come trattamenti sanitari? Siamo sicuri che non sia giunto il momento, constatata la deriva scientista e tecnocratica impressa dalla pandemia di Covid, che ha accelerato un’impropria “sanitarizzazione” della nostra società, di rimettere in discussione l’inclusione della psicologia, o almeno di tutta la psicologia, nell'alveo delle professioni sanitarie? Non è forse giunto il tempo di ridare alla psicologia quell’autonomia, frutto di battaglie culturali decennali, che è stata gettata alle ortiche senza una vera e approfondita discussione e negata, per così dire, manu militari?


La Consulta degli Psicologi di Contiamoci!



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